Space economy: quali competenze cercano le aziende nel 2026 Skip to main content

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In sintesi

In questo articolo Raffaele Mauro, co-fondatore e partner di Primo Space, racconta come si sta trasformando il mercato del lavoro nella space economy. Emerge un settore in forte crescita che ricerca profili tecnici anche non aerospaziali, dove le soft skill rappresentano il principale ostacolo nelle assunzioni, il middle management è il collo di bottiglia più critico e la pressione geopolitica sta generando opportunità senza precedenti a livello europeo.

La space economy non è più un settore riservato ad agenzie governative e grandi contractor. È un’industria in rapida espansione, sempre più popolata da startup innovative, PMI specializzate e fondi di investimento dedicati — e con essa cresce una domanda di talenti che il mercato fatica ancora a soddisfare. Per capire come si sta trasformando il lavoro in questo settore, abbiamo incontrato Raffaele Mauro, co-fondatore e partner di Primo Space: un fondo europeo da 86 milioni di euro, 19 aziende in portafoglio, sei nazioni coperte. Un osservatorio privilegiato su competenze, profili e dinamiche di un mercato del lavoro in piena trasformazione.

Ecco cosa ci ha raccontato Raffaele.

Intervista space economy

Il settore spaziale in accelerazione e un hub che sorprende


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Come sta evolvendo la space economy italiana?

Raffaele Mauro: La space economy italiana è concentrata in diversi distretti spaziali distribuiti in più regioni, tuttavia si può notare come una parte significativa del new space italiano si stia concentrando su Torino in modo molto rapido. C’è una convergenza di fattori che lo rende quasi inevitabile: il Politecnico, la presenza storica di grandi aziende spaziali, costi strutturalmente più bassi rispetto a Milano. Ma il vero elemento distintivo è la concentrazione di competenze convertibili: profili tecnici che arrivano da altri settori industriali e che trovano nel new space un ambiente naturale in cui applicarsi.

Ho incontrato di recente diversi fondatori di startup italiane che hanno conseguito il dottorato all’estero; quando hanno deciso di rientrare e costruire qualcosa in Italia, hanno scelto tutti Torino. Non è una coincidenza, è il segnale che si sta formando un ecosistema con una sua massa critica e che chi vuole fare impresa spaziale in Italia oggi sa dove andare.

Competenze tecniche non bastano: il nodo sono le soft skill


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Dove falliscono di più le assunzioni nelle vostre partecipate?

Raffaele Mauro: Raramente sulla competenza tecnica. Quasi sempre sulle soft skill e questo è un dato che torna sistematicamente quando parliamo con i founder e i team HR delle nostre aziende. Le realtà spaziali sono ibride per definizione: si lavora su software e hardware insieme, spesso in applicazione a settori come la logistica, il monitoraggio ambientale o le telecomunicazioni, usando infrastrutture orbitali come base tecnologica. Questo richiede un livello di collaborazione interdisciplinare strutturalmente più alto rispetto a molti altri contesti industriali.

Chi non è capace di interfacciarsi con persone che provengono da verticali tecnologici diversi dal proprio tende a diventare un elemento isolato nel sistema, indipendentemente da quanto sia brillante nella sua specializzazione.

Grandi aziende o startup: oltre il fascino del brand nella space economy


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Le startup spaziali riescono ad attrarre i talenti migliori?

Raffaele Mauro: Qui c’è un paradosso interessante, che osserviamo spesso. I profili qualificati vengono naturalmente attratti dai grandi brand, perché la percezione è di poter lavorare su progetti di maggiore scala e ambizione. È una percezione comprensibile, ma non sempre corrisponde all’esperienza reale.

Quando vieni inserito in un progetto fortemente segmentato e specializzato, rischi di non vedere mai il sistema completo e di non entrare davvero nel cuore del tuo lavoro. Nelle startup, invece, hai visibilità totale fin dal primo giorno e responsabilità reali su scelte che hanno un impatto. Inoltre, poter dire di aver lavorato direttamente su commesse ESA, NASA o SpaceX apre più porte sul mercato internazionale di quanto non faccia il nome dell’azienda da cui si proviene. Bisogna sicuramente migliorare la comunicazione di questi aspetti, per una maggiore consapevolezza.

Per trattenere i profili migliori, le aziende su cui investiamo lavorano su tre leve concrete: stock option distribuite a tutti i dipendenti stabili — non solo al management, perché la partecipazione al valore creato deve essere diffusa; flessibilità sul remote work, almeno per le figure software; un ambiente di lavoro costruito con attenzione genuina alle persone.
Un caso emblematico nel nostro portafoglio è Eoliann, a Torino: la prima persona assunta era dedicata a people & culture. Per due anni consecutivi hanno vinto il premio Best Place to Work; non è stato un caso, ma il risultato di una direzione strategica precisa seguita fin dall’inizio.

Il middle management è il collo di bottiglia


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Qual è la principale difficoltà nel recruiting?

Raffaele Mauro: I laureati STEM vengono assorbiti rapidamente — al Politecnico di Torino molti hanno già un contratto in mano al terzo anno, prima ancora di laurearsi. Questo è sicuramente un fattore da considerare, ma il vero collo di bottiglia è il livello intermedio: figure con cinque-dieci anni di esperienza che devono saper integrare competenza tecnica profonda e visione di business. CTO, project manager, tech lead capaci di coordinarsi con il mercato, gestire team multidisciplinari e tradurre la complessità tecnica in decisioni strategiche.

Questi profili sono rarissimi e le aziende del settore li cercano contemporaneamente, spesso con aspettative molto simili e risorse non sempre comparabili a quelle dei grandi player. È qui che si gioca la vera competizione per il talento nella space economy.

Ingegnere meccanico cercasi


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Il settore è accessibile solo a chi ha una formazione aerospaziale?

Raffaele Mauro: Questo è forse il punto più importante di tutta la conversazione e vale la pena dirlo con chiarezza. Moltissime persone, anche molto preparate, non si rendono conto che il settore spaziale può essere accessibile anche a profili con una formazione non aerospaziale. Un ingegnere meccanico, un ingegnere elettronico, un fisico con specializzazione in materiali o in elettronica: sono figure perfette per tantissime aziende della filiera, e spesso sono proprio quelle più ricercate.

La space economy è fatta in larga parte di aziende che producono componenti, sottosistemi, software e materiali che vengono poi integrati in ambito spaziale, ma che tecnologicamente appartengono all’industria meccanica, elettronica o informatica. Il problema è che questi profili non ci pensano, non si candidano, non si avvicinano a questo mondo perché non si sentono “abbastanza spaziali”. E nel frattempo le aziende faticano a trovarli, anche perché non comunicano abbastanza chiaramente che li cercano. È un cortocircuito che si può e si deve risolvere.

Il contesto geopolitico cambia tutto


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Come stanno influendo i cambiamenti geopolitici sull’industria?

Raffaele Mauro: Il momento che stiamo attraversando è di profonda riconfigurazione e le sue implicazioni sul lavoro e sulle carriere nel settore sono concrete e immediate. Fino a quattro anni fa era normale per moltissime aziende europee intrattenere rapporti di fornitura e collaborazione con la Russia. Oggi quei rapporti non esistono più e tutta quella filiera ha dovuto essere ridisegnata. Adesso inizia a vacillare anche il rapporto di dipendenza tecnologica con gli Stati Uniti, in un contesto geopolitico che sta spingendo l’Europa verso una maggiore autonomia strategica.

Francia e Germania stanno investendo in costellazioni satellitari proprietarie, con l’obiettivo di costruire una filiera indipendente, sovrana sul piano tecnologico. Questo genera un bacino di investimenti e opportunità a livello europeo che non ha precedenti nella storia del settore. Per chi oggi si prepara a lavorare nello spazio, avere un orientamento internazionale, in particolare europeo, è un requisito importante.

Consigli a chi vuole entrare nel settore Space


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Un consiglio concreto per chi vuole costruirsi una carriera nella space economy?

Raffaele Mauro: Prima di tutto, lavorare con determinazione sulla capacità di interfacciarsi con persone che vengono da verticali diversi dal proprio. È la competenza che più manca, quella che più fa la differenza nel lungo periodo e quella che più difficilmente si acquisisce sui libri. Si impara lavorando in ambienti eterogenei, cercando attivamente il dialogo con chi ragiona in modo diverso da te.

Poi, prepararsi con serietà per una dimensione internazionale. Non significa necessariamente andare a lavorare all’estero, significa essere pronti a lavorare in team multiculturali, a gestire relazioni con clienti in più paesi, a muoversi con disinvoltura in contesti dove la lingua comune è l’inglese e i riferimenti culturali sono diversi.

E infine, forse il consiglio più importante, non sottovalutare il proprio profilo tecnico di partenza. Se sei un ingegnere meccanico, un elettronico, un fisico, hai già una preparazione forte per entrare in questo mondo. Quello che manca, spesso, è la consapevolezza di poter costruire una carriera nel settore e qualcuno che te lo dica chiaramente

Conclusione e riflessioni finali


Raffaele Mauro è co-fondatore e partner di Primo Space, fondo da 86 milioni di euro con 19 aziende partecipate in sei nazioni europee. È autore di tre libri ed è stato Managing Director di Endeavor Italia. Quello che traspare dalla conversazione con lui è un settore in piena maturazione, che guarda con urgenza al mercato del lavoro e che ha bisogno, più di quanto si dica, di profili che non si definirebbero mai “spaziali”. Ingegneri meccanici, fisici, esperti di elettronica: figure che hanno già le competenze giuste, ma che spesso non sanno di poterle mettere a disposizione di un’industria in forte crescita. La sfida, per le aziende come per i professionisti, è colmare quella distanza.

Il Gruppo Risorse affianca le aziende della filiera spaziale nella ricerca e selezione di profili qualificati, con una rete attiva su tutto il territorio nazionale. Un lavoro che va oltre il matching tecnico: nelle nostre selezioni esploriamo con attenzione anche le competenze trasversali, quelle soft skill che, come emerge chiaramente da questa conversazione, fanno davvero la differenza tra un buon profilo e quello giusto.

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